JWG

Ein Lehrer, der das Gefühl an einer einzigen guten Tat, an einem einzigen guten Gedicht erwecken kann, leistet mehr als einer, der uns ganze Reihen untergeordneter Naturbildungen der Gestalt und dem Namen nach überliefert. J.W.G.

martedì 8 gennaio 2013

"Non ho bisogno di questa ipotesi".



La frase di Laplace in risposta al quesito di Napoleone sull'esatta posizione occupata da Dio nei suoi studi planetari mi ha indotto a riflettere sulla correlazione esistente tra la figura divina ed il mondo scientifico. L'articolo di Cabibbo è notevolmente esplicativo in questo, evidenziando come "per fare scienza occorre operare come se Dio non esistesse". Secondo l'autore vi è dunque una netta separazione tra il piano concreto - sperimentale e quello teologico - speculativo (che in ultima analisi ben poco incide sui quotidiani e cruciali dilemmi umani). Personalmente ritengo che una figura divina astratta e poco sperimentabile nella vita di tutti i giorni sia ragionevolmente distante dalla ricerca scientifica, il cui fine ultime è quello di verificare costantemente nel tempo i parametri di verità o di errore di un dato fenomeno preso in esame. Quindi essere disposti a seguire Dio per "tradizione" o per avere una spalla - virtuale su cui piangere nel momento del bisogno, ben poco ha a che vedere con il metodo scientifico di verifica e paragone costante, mai identico all'istante precedente. Scardinando il retroterra della ricerca scientifica (attingendo in particolar modo alla mia esperienza ed alle mie aspirazioni) è possibile riconoscere come di base vi sia un desiderio (che si configura come pura necessità) di allargare i propri orizzonti, di andare "oltre" quanto è già noto o già detto, di superare le colonne d'Ercole della conoscenza, vagando alla ricerca di altro. Questa brama inestinguibile (che non smette di urlare neppure al cospetto del traguardo più lontano o inaspettato) ha un carattere nettamente antropologico: perchè l'uomo tende sempre ad andare oltre se stesso e non riesce a stare staticamente tranquillo? Perchè tutto quello che c'è non basta? La natura dell'uomo è desiderio di altro, e questo è sperimentabile in ogni piccolo frangente quotidiano, in cui vediamo quanto sia arduo il raggiungimento di una soddisfazione autentica e duratura. Molti, dopo aver vagato immensamente giungono alla conclusione che essa non esiste affatto, e che il genere umano è ironicamente sospeso in una dimensione di scherno, in cui la vera presenza dominante è quella del nulla (nichilismo). L'impulso scientifico che spinge alla ricerca di un confronto immediato con la realtà è una mera esigenza umana: se l'incontro con Dio non mi sta accadendo ora, non si pone in questo preciso istante come risposta al mio vagare a tentoni, non è ultimamente utile per la mia vita. E allora diventa elementare riconoscere l'adeguatezza del mio "incasellarlo" a parte rispetto a tutti gli altri settori della mia esistenza, che non necessitano del suo intervento (in quanto poco proficuo). 
A mio avviso dall'articolo di Cabibbo emerge una disparità che non riguarda solo l'aspetto metodologico ma anche e soprattutto una concezione di scienza che non include la totalità dei suoi fattori: è come se l'incontro con Dio offuscasse l'uomo nella sua lucidità e si ponesse come ostacolo alla sua umana realizzazione, consentendogli di volgere lo sguardo solo dove vuole lui. Invece (e di questo non solo ho fatto esperienza ma continuo a farne tuttora) la fede come incontro e come atteggiamento umano non spinge a vivere con i paraocchi. Colpisce in primis perché si vedono persone in carne ed ossa caratterizzate da una diversità palpabile, canonicamente evidente in una maggiore letizia o una capacità di non crollare dinnanzi alle grandi sfide e ai grandi interrogativi dell'uomo. Così è scattata la mia curiosità nei confronti di quello che mi sembrava essere un modo di vivere migliore del mio, perché quelle persone vivevano con un gusto tale che d'improvviso ai miei occhi appariva disumano accontentarmi di meno di questo. Così ho incontrato una figura divina molto più vicina di quanto avrei immaginato, e questo incontro ha generato in me un cambiamento, diametralmente opposto rispetto alla linea di pensiero adottata nell'articolo preso in esame: l'incontro con uno che in ogni istante si fa presente e riesce a guardarti nonostante tutti i tuoi limiti (oggettivamente esistenti) non solo ti rende più serena (perché hai incontrato qualcosa che ti aiuta a conoscerti sempre di più), ma ti spinge a chiederti le ragioni di tutto, a compiere un paragone serrato tra quello che ti accade e quello a cui tu tendi. Perché se c'è una cosa comunemente riscontrabile nell'uomo è questo suo essere perennemente e strutturalmente attesa di altro, Allora la vera domanda è: ci troviamo questa voragine dentro per un crudele scherzo del destino o perché possiamo riconoscere con cognizione di causa ciò per cui siamo fatti e scegliere di appartenervi? In questo senso, non esiste contrapposizione tra fede e ricerca scientifica, poichè alla base vi è la stessa esigenza primaria dell'uomo. E' pur vero che la scienza tende spesso a mettere in secondo piano il problema antropologico; e la vera questione più urgente per l'uomo è presente proprio al livello del senso delle cose. Come dice Max Weber: "La scienza medica non si pone la domanda se e quando la vita valga la pena di essere vissuta. Tutte le scienze naturali rispondono alla domanda: cosa dobbiamo fare se vogliamo dominare tecnicamente la vita? Ma se vogliamo e dobbiamo dominarla tecnicamente e se ciò (in definitiva) abbia veramente un significato, esse lo lasciano del tutto in sospeso o lo presuppongono per i loro fini". All'uomo non basta sapere di dover fare una cosa o di avere le potenzialità adeguate per compierla al meglio: egli si chiederà sempre le ragioni che lo spingono a prediligere quella cosa, a compiere quella scelta. Se la ricerca scientifica facesse una maggiore memoria di questa sua "impalcatura di base" totalmente incentrata sul senso ontologico della realtà e dell'uomo, anziché una netta contrapposizione verrebbe percepita un'unitarietà di fondo, che ha come scopo basilare quello di accompagnare l'uomo al proprio destino, attraverso un cammino consapevole e realmente lieto. 

Claudia Ferraro 

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